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Introduzione a René Girard

Nessun filosofo ha influenzato il mio modo di pensare più di René Girard.
È stato lui a mostrarmi quanto fossi intrappolato in lotte senza senso per lo status e quanto fossi guidato da desideri che non erano nemmeno davvero miei.
E non ero l’unico. Troppi miei coetanei erano infelici, inseguendo cose non perché le desiderassero davvero, ma perché la società gliele imponeva.

A volte mi volto indietro e mi chiedo come abbia fatto, in generale, a funzionare senza le idee di Girard.
Vedo quanto fossi assorbito da aspirazioni vane, da giochi di status privi di significato. Tutto questo è stato smascherato da Girard, ed è lui che mi ha salvato da quella trappola.
Se esiste un insieme di idee che ha cambiato radicalmente la mia vita, è proprio questo.

Tuttavia, arrivare a quelle idee è stato un percorso lungo e doloroso.
Gli scritti di Girard sono difficili da comprendere, le sue teorie appaiono datate e astratte, e i suoi libri saltano da un’idea all’altra senza una struttura chiaramente definita.

Quando si presenta qualcuno come girardiano, bisognerebbe sottolinearne i fallimenti almeno quanto i successi, se non di più, perché spesso è proprio il fallimento a condurre a Girard.
Non credo che le intuizioni girardiane nascano nel trionfo della vittoria. Piuttosto, devono essere estratte dai campi di battaglia della sconfitta.
E così è stato anche per me. Non è stato il successo né un interesse teorico disinvolto a portarmi a Girard. Ci sono arrivato strisciando, spinto da una disperata necessità esistenziale.

Come sono arrivato a Girard?

«E dunque, come sono arrivato a Girard?»
«Come ho già accennato, principalmente attraverso la sofferenza personale e le lotte interiori. Ma, per essere un po’ più precisi, come molti altri adolescenti, soprattutto adolescenti ambiziosi, ho attraversato un periodo difficile nei primi anni.
Non si trattava di problemi nel comprendere determinate materie a scuola né di dilemmi sociali, bensì di una crisi profonda, personale ed esistenziale».

Come studente dei migliori licei della Polonia posso usare senza problemi questa metafora. È come ritrovarsi all’improvviso in uno zoo popolato da centinaia di adolescenti iperconsapevoli, ossessionati dallo status e dai risultati dell’esame di maturità.
E credo che una sola parola descriva bene il problema esistenziale di una comunità del genere: vuoto.

Naturalmente non valeva per tutti, ma la maggior parte di noi non faceva le cose per se stessa.
Le facevamo per ciò che Girard avrebbe chiamato mimesi, per la nostra naturale capacità e inclinazione a imitare gli altri.

Definizione di mimesi

Mimesi è un termine greco (μίμησις) che significa imitazione, riproduzione o rappresentazione.

Pensala così: migliaia di giovani apparentemente tra i più brillanti e indipendenti della Polonia, e ancor più in paesi come gli Stati Uniti, dopo l’università finiscono quasi tutti in appena quattro professioni: finanza, informatica (settore tecnologico), diritto e medicina.
Nel liceo che frequentavo, nel profilo matematico fisico informatico, c’era una pressione enorme proprio verso l’informatica, come del resto suggeriva già il nome dell’indirizzo. Si diceva perfino che chi non fosse andato al politecnico sarebbe finito alla “facoltà dei giochi e dei divertimenti”.

E poi, più tardi, all’università.
Passavamo il tempo con le persone “giuste”, volevamo essere visti con la persona “giusta”, e sgobbavamo come pazzi per ottenere stage prestigiosi che, in realtà, la maggior parte di noi odiava segretamente.

E ciò che rendeva tutto questo ancora più perverso era il fatto che dovevamo mentire a noi stessi per poter continuare.
Se strizzavamo abbastanza forte gli occhi e ci intossicavamo del bla bla dei nostri coetanei altrettanto ubriachi, riuscivamo a convincerci che quel percorso di prestigio e status sociale fosse davvero la nostra strada.

E ciò che rendeva una vita del genere così esistenzialmente deprimente non era la presenza di qualcosa di brutto. Nessuno ci torturava, non morivamo di fame. Era l’assenza di QUALCOSA.
Persino i successi erano vuoti e privi di significato.

So bene di cosa parlo. Ho completato un Ironman. Per chi non lo sapesse: l’Ironman è un triathlon che prevede 3,8 km di nuoto, 180 km in bicicletta e infine 42,2 km di corsa, il tutto entro un limite di tempo stabilito. L’euforia dopo l’arrivo dura un giorno, al massimo tre, e svanisce veloce com’è arrivata.

Potrei fare lo stesso esempio con un’altra cosa, per esempio l’ottenimento di uno stage prestigioso nella Big Four.

Penso che queste vittorie fossero così prive di senso perché non nascevano dai nostri desideri autentici, ma erano il risultato della mimesi. Facevamo ciò che sentivamo di “dover” fare a causa di una qualche pressione sociale.

Il punto di svolta per me è arrivato al secondo anno di università, quando ho visto dove mi stava portando questa strada della mimesi. A ben guardare, da un punto di vista schematico, era in realtà il primo anno, perché avevo cambiato ateneo e corso di studi. Quindi primo anno nella nuova università e secondo anno come studente 😊
Da qualche anno frequentavo ambienti legati allo sviluppo personale e avevo accesso a persone molto più grandi di me. Alcuni erano laureati in università prestigiose, vivevano in zona Złota e avevano i loro business.

Erano persone che avevano “avuto successo”, giusto?
Avevano il codice postale giusto, 00-120, il lavoro o l’azienda giusta, una tipa sexy, nel senso di un partner attraente…
Eppure continuavano a lottare con gli stessi problemi esistenziali.

Guadagnavano soldi di cui non avevano bisogno, compravano cose che non volevano per impressionare persone che nemmeno gli piacevano.
E in loro ho visto la stessa disperazione e lo stesso vuoto, forse persino più profondi, perché il loro percorso era già molto più avanti.

E come fai a non sentirti vuoto, se vivi in un modo in cui non sei guidato da una forte motivazione interna, ma solo da un guscio esterno di aspettative sociali?

«Sì, credetemi, lo vedo ovunque. Vedo l’influenza della teoria mimetica in così tanti aspetti della società che non so nemmeno se mi basterebbe la saliva per elencarli tutti».

La mimesi nella vita reale. Una storia vera.

Una storia accaduta letteralmente poco prima della mia partenza.

Erano le tre del mattino. Dormivo beatamente quando, all’improvviso, il telefono squilla e mi strappa dal sonno. Sullo schermo compare un numero che conosco. Mi sorprendo, ma visto che ormai mi ha svegliato, rispondo.

Dall’altra parte sento la voce eccitata di Oskar, è fuori di sé, praticamente urla dall’emozione.

«Fratello, fratello, non ci crederai mai a quello che è appena successo!»

«Dai, spara.»

«Ascolta. Stavo andando a prendere un amico dal lavoro. Lavora in pizzeria, finisce ben oltre le due, quindi ho pensato che, tanto ero di strada, l’avrei accompagnato, visto che a quell’ora non girano autobus. Sai com’è.»

«Sì, lo so.»

«E niente, stiamo guidando, chiacchieriamo, e lui continua a fissarmi le scarpe. All’inizio lo ignoro, poi a un certo punto gli dico: “Oh, ma che cazzo guardi?”. E lui mi fa che gli piacciono un sacco e se gliele venderei. Avevo addosso delle Balenciaga, comprate tempo fa per millecinquecento. Gli dico che direi proprio di no. Cala un silenzio imbarazzante. Andiamo avanti. Dopo un po’ fa: “Ma se dovessi venderle, quanto vorresti?”. Io butto lì: “Duemila, in contanti, niente bonifici”. Di nuovo silenzio. Continuiamo a guidare. Il tipo pensa, ripensa… “Ho lo stipendio tra due settimane, ti do mille in contanti e il resto te lo trasferisco”. Io gli rispondo che no: o tutto in contanti o non se ne fa niente. Ancora silenzio.»

«Andiamo avanti e a un certo punto fa: “Va bene, fratello, e se facessi un prestito in banca?”. Stavo per uscire di strada dalle risate. Gli dico: “Se fai il prestito adesso, qui davanti a me, te le vendo a milleottocento, solo per la storia”.»

«Ascolta questa: ci fermiamo a bordo strada, il tipo fa un prestito da duemila davanti ai miei occhi, i soldi gli arrivano subito sul conto. Andiamo al bancomat, preleva, io mi tolgo le scarpe e gliele do. Cazzo, le avevo indossate per più di sei mesi, e sono tornato in macchina a piedi nudi.»

Cosa non fanno le persone pur di farsi vedere.
Un tipo che si spacca il culo dodici ore al giorno in pizzeria si fa un prestito per delle scarpe usate da sei mesi, solo per brillare con delle Balenciaga.

Ed eccola lì. Mimesi allo stato puro.

È stato allora che ho visto come, attraverso la mimesi, le persone perdono completamente la propria strada, senza nemmeno essere consapevoli della natura dei propri desideri.
Credo che sia proprio questa mancanza di consapevolezza a fare sì che, se non si comprende davvero il funzionamento di queste forze, sia facilissimo lasciarsene trascinare, soprattutto nel mondo moderno di oggi.

Durante gli studi ho iniziato gradualmente ad acquisire una comprensione sempre più intima della logica di tutti questi fenomeni che vivevo sulla mia pelle.
E non perché fossi al di sopra di tutto questo.
Al contrario. Ne ero consapevole proprio perché ero il più colpevole, il più mimetico di tutti.

Ciò che mi ha terrorizzato è stata la consapevolezza che avrei potuto vivere l’intera vita in questo modo, sostanzialmente non per me stesso.
Sapevo che dovevo cambiare prima che fosse troppo tardi, prima che la nave prendesse troppa velocità o, per usare una metafora più terra terra, prima che il latte si rovesciasse.

Come René Girard mi ha salvato?

Per fortuna, nel momento più buio della mia disperazione, mi sono imbattuto nelle opere di René Girard.
E Girard mi ha salvato.
Lo dico letteralmente, nello stesso senso in cui Virgilio salvò Dante, mostrandogli le manifestazioni e i meccanismi del male umano e guidandolo attraverso la purificazione delle sue forme più miti di deviazione.

Girard mi ha salvato offrendo una teoria della natura umana che spiega la vera origine del desiderio e le conseguenze terrificanti che può avere quando non viene indirizzato correttamente.
Mi ha dato una mappa più precisa, grazie alla quale ho potuto, poco a poco, districarmi da quella rete mimetica.

A questo punto ci si può porre una domanda logica.

La forza delle idee di Girard sta forse nel fatto che ci rendono non mimetici?
Oppure sento ancora di essere esattamente vulnerabile alla corsa al prestigio e all’invidia come lo ero prima?

Decisamente la seconda.

Le idee di Girard non funzionano in modo magico, non fanno sì che smettiamo improvvisamente di essere esseri mimetici e sociali.
Nello stesso ambiente resto esposto alle forze mimetiche tanto quanto lo ero prima.

Ma la sua teoria ha benefici pratici e personali.
Lascia che lo spieghi con un’analogia.

Se ti sei mai interessato di strategia militare, probabilmente ti sei imbattuto nel tizio che ha creato il sistema OODA.
Un processo in quattro fasi per prendere decisioni efficaci in situazioni ad alto rischio.

Era un teorico militare, John Boyd, e disse qualcosa che devo parafrasare perché non ricordo la citazione esatta:
«I migliori piloti da caccia usano il loro giudizio per non trovarsi mai in situazioni in cui debbano ricorrere alle loro migliori abilità».

Il punto centrale di questa affermazione è che forse è più importante della capacità di gestire una situazione difficile avere abbastanza lungimiranza e giudizio da non finirci affatto.

Ed è esattamente questo ciò che Girard ha fatto per me.
Quando sono già immerso fino al collo nell’invidia o gonfio di superbia, la battaglia è persa.
A quel punto la comprensione razionale di Girard e della teoria mimetica non può più aiutarmi.

Ma la teoria mimetica mi fornisce una cornice che mi permette di evitare le situazioni che scatenano un’invidia paralizzante o una superbia sterile.
Mi insegna che tipo di persone evitare, chi tenere vicino,
come modellare consapevolmente il mio ambiente.

La storia di René Girard: chi era, in cosa credeva, a cosa si opponeva, quali idee sosteneva?

Tutte le idee che sto per presentarvi non sono mie, ma rappresentano la ricostruzione più benevola possibile del pensiero di Girard.
Non sono io. È la mia interpretazione di Girard.

Ho molte divergenze teologiche, metodologiche e psicologiche con Girard, punti di disaccordo anche forti, e potrei registrare un intero altro capitolo solo sui motivi per cui non sono d’accordo con lui.

Vi offrirò comunque l’interpretazione più onesta di Girard che sono in grado di formulare, anche se privatamente, su alcuni punti, non la condivido del tutto.

Questo perché sono cresciuto all’interno di una tradizione pedagogica filosofica che non vede l’insegnante come un venditore porta a porta di un singolo prodotto, ma come un mercante errante con un’intera carovana di idee.

Non dovrei bussare alla tua porta e spingerti in gola un’unica bella concezione, indipendentemente da ciò di cui hai davvero bisogno. Vedi l’esempio di Dan Peña.

Prima di mostrarti la “merce di Girard”, per così dire, lascia che ti presenti brevemente l’uomo che sta dietro alla teoria.

Il 25 dicembre 1923 nacque René Noël Théophile Girard, secondo di cinque figli, in una famiglia composta da una madre cattolica e colta e da un padre archivista dalle convinzioni anticlericali, ad Avignone, in Francia.

Il padre di Girard aveva prestato servizio nell’esercito, aveva perso un fratello ed era rimasto ferito durante la Prima guerra mondiale.
Trasmise a René la sua visione dell’assurdità del conflitto, e credo che questo sguardo sul mondo si sia ulteriormente consolidato in Girard mentre cresceva nella Francia occupata dai nazisti.

Naturalmente, come per chiunque vivesse in quel luogo e in quel periodo, la crudeltà dei nazisti lo segnò profondamente.
Ma altrettanto forte fu l’impatto della brutalità del movimento di resistenza francese.

Vedi, quando gli Alleati liberarono la Francia, la resistenza, ora al potere, iniziò a perseguitare e accusare chiunque avesse avuto anche solo il più tenue legame con i nazisti durante l’occupazione.
Spesso le vittime erano persone del tutto innocenti.
Molti innocenti, perlopiù donne, troppo deboli per difendersi, divennero capri espiatori della folla, accusati di collaborazionismo.

Venivano umiliate, trascinate per le strade, spesso uccise senza processo, sulla base di accuse infondate.

Avevo da qualche parte annotato delle citazioni.
Permettimi di leggerti le scene vivide descritte dal biografo di Girard:

«Alcune di queste donne erano giovani madri, senza alcun mezzo di sostentamento, spinte dalla fame e dalla necessità, non dal tradimento né tantomeno dal desiderio.
Altre erano insegnanti non sposate, costrette ad accogliere soldati tedeschi nelle proprie case.
Altre ancora erano adolescenti inquiethe che avevano semplicemente flirtato con soldati stranieri.
Una di loro era una donna delle pulizie che lavorava in una caserma tedesca.
Non ci furono processi. Solo pura vendetta animalesca. Un carnevale infame che spesso prevedeva lo spogliare queste donne fino alla biancheria intima e caricarle su camion per farle sfilare per la città.
Venivano esibite tra rulli di tamburi, urla e fischi.
Come se i camion fossero una ghigliottina e il 1789 e la Rivoluzione francese fossero tornati in vita».

Fine della citazione.

Queste scene, in cui persone innocenti diventano capri espiatori, lasciarono un segno indelebile in Girard
e divennero un motivo centrale di tutta la sua opera: sia l’assurdità, la falsità e l’arbitrarietà dei conflitti,
sia il bisogno eterno delle società umane inquiethe di trovare colpevoli innocenti da accusare e sacrificare per ottenere una purificazione.

Per quanto riguarda il percorso intellettuale di Girard, lo si potrebbe definire radicalmente anti-istituzionale e completamente non ortodosso.
È sempre stato un outsider.

Un outsider fin dall’inizio. Non sopportava la scuola tradizionale, frequentò lezioni private dove leggeva liberamente,
non secondo un programma prestabilito.

Studiò storia all’Indiana University, ma la sua curiosità creativa superò presto i confini del titolo accademico.
Non diede contributi rilevanti alla storia in senso stretto, e in tutti i campi in cui ottenne risultati significativi fu un autodidatta e un outsider.

Si affermò dapprima nella teoria letteraria, formulando il concetto di mimesi attraverso analisi minuziose dei testi.
Poi passò all’antropologia, facendo luce sulla necessità del capro espiatorio,
per poi cambiare ancora una volta campo e approdare alla teologia, assumendo una difesa seria e articolata del cristianesimo.

Nonostante sia stato accolto nella prestigiosa Académie française e abbia insegnato, tra gli altri, alla Johns Hopkins, a Buffalo e a Stanford,
Girard rimane tuttora, in qualche misura, un outsider in ciascuna di queste discipline.

I teorici della letteratura lo criticavano per non attenersi ai metodi e alle convenzioni alla moda.
Gli antropologi diffidavano del suo approccio libero alle fonti e della mancanza di lavoro sul campo.
Persino una parte del mondo cristiano lo respingeva per la sua lettura non ortodossa della crocifissione.sségen belül is sokan elutasították őt a keresztre feszítés nem ortodox értelmezése miatt.

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Miért Perché non lo chiamerò semplicemente un filosofo fino in fondo?nem nevezem őt egyszerűen filozófusnak?

O forse qualcosa di più provocatorio… per esempio un profeta?

Non siamo qui per fare teatro, quindi credo di aver volutamente evitato la parola «profeta».
Ma soprattutto l’ho definito un esegeta, perché così definiva se stesso, e volevo rispettare la sua identità.

Nelle interviste rifiutava esplicitamente entrambe le etichette, filosofo e profeta.
Credo anche che chiamarlo semplicemente teorico della letteratura, antropologo o teologo sarebbe riduttivo.

Un esegeta è qualcuno che si occupa di esegesi, cioè dell’interpretazione della Sacra Scrittura.
E ritengo che sia la definizione più appropriata se vogliamo comprendere il sistema di Girard e l’ampio territorio che ha attraversato.

Vedi, non è un filosofo preciso e analitico,
ma un visionario che sviluppa ed esprime un’intuizione morale ispirata dalla Scrittura,
applicandola a campi diversi.

Ho l’impressione che, leggendo Girard, per lui questi ambiti così vasti non fossero discipline separate,
secchi distinti nei quali immergere il dito solo per un istante,
ma manifestazioni diverse della stessa intuizione profonda.

Credo che l’obiettivo di Girard non fosse rivoluzionare la critica letteraria, l’antropologia o la teologia,
bensì esprimere ciò che egli riteneva l’intuizione più profonda del cristianesimo.

Ora che abbiamo un po’ di contesto su Girard come uomo, passiamo al cuore della questione,
alla vera carne di questo video, cioè a un breve riassunto del sistema di Girard.

Il modo migliore per presentarvi il sistema di Girard in un solo video
è raccontare l’intera storia dell’umanità, dall’evoluzione dell’uomo dalla scimmia fino all’apocalisse.

Comincerò con un riassunto della psicologia di Girard, ovvero di ciò che, secondo lui, ci distingue psicologicamente dagli animali.
Poi spiegherò i problemi che questa psicologia unica ha creato per le prime società umane e le soluzioni che tali società hanno trovato.

Successivamente illustrerò come il cristianesimo, secondo Girard, abbia rappresentato una rottura significativa con queste soluzioni originarie.

E infine spiegherò come il cristianesimo ci abbia condotti fino alla modernità e ci guiderà inevitabilmente verso una violenta apocalisse.

La psicologia secondo René Girard: che cosa ci distingue dalle scimmie?

Kezdjük tehát a pszichológiával.

Cominciamo dunque dalla psicologia.

Le conclusioni apocalittiche di Girard partono da un’osservazione apparentemente innocente: la mimesi.
Ciò che, secondo Girard, ci ha separati evolutivamente dai nostri cugini della famiglia delle scimmie non è la ragione, non è la verità,
ma la mimesi, ossia la nostra capacità e tendenza, gradualmente cresciute nel tempo, a imitare.

La migliore metafora che posso usare per spiegare la mimesi è quella delle corde di un violino che vibrano per risonanza.
Quando metti due corde di violino una vicino all’altra e ne pizzichi una, anche l’altra comincia a vibrare a una frequenza simile.

In modo analogo Girard interpreta l’intero spettro del comportamento umano — e qui uso “comportamento” in senso molto ampio: azioni, esperienze, giudizi, intenzioni —
come il risultato della copia di modelli esterni di quel comportamento.

Gli esseri umani sono animali profondamente sociali, vulnerabili a questo tipo di risonanza.
Così come le corde di un violino non sono indipendenti, allo stesso modo non lo siamo nemmeno noi.

La mimesi è la capacità e la propensione fondamentali ad accedere alla soggettività altrui,
nonché a riprodurre forme culturali oggettive.

In altre parole, la mimesi è ciò che ci rende esseri sociali
e ciò che ci distingue dagli altri animali.

Ed è proprio la mimesi, questa inclinazione ad assorbire i comportamenti e i valori dell’ambiente,
a fare sì che il prestigio e il riconoscimento abbiano per noi esseri umani un’importanza così enorme.

Pensa a questo: quando la maggior parte del gruppo sociale in cui sei immerso considera qualcosa buono, bello o ritiene che “si debba” fare in un certo modo —
col tempo anche tu inizi ad assorbire queste attitudini, proprio attraverso la mimesi.

Credo che la nostra comprensione quotidiana del prestigio contenga già in sé un’intuizione del mimetismo.

Quando diciamo che qualcosa è prestigioso, in fondo ammettiamo implicitamente che
non merita di per sé il valore che le attribuiamo.

Quando usiamo la parola “prestigioso” parlando di Rolex, Lamborghini o Bentley,
stiamo in parte dicendo che il valore che attribuiamo a questi oggetti non deriva interamente dalle loro qualità intrinseche,
ma che esiste un surplus di valore che quegli oggetti, di per sé, non meritano.

Il meccanismo della mimesi: desiderio metafisico e desiderio fisico

Girard direbbe che questo surplus di valore non proviene dall’oggetto in sé, ma dal fatto che i nostri pari lo apprezzano, e noi assimiliamo il loro giudizio attraverso la mimesi.

Per René Girard la mimesi è ovunque, e tutto è mimetico in una certa misura.
L’adrenalina che ti travolge durante una partita del Lechia Danzica,
le discussioni sulla politica,
la follia delle sette e il modo in cui si autoalimentano nelle loro illusioni,
l’assimilazione degli accenti,
perfino un’attività così “animalesca” come spegnere la sete con l’acqua contiene un elemento mimetico.

Pensa a quanto sottilmente ricordi che “nuovo” equivale a “lavato con Perwoll”.
Questo è esattamente lo scopo della pubblicità: imprimere quel legame nella tua testa.

È così che agisce la mimesi, in modo ampio e onnipresente.
Senza di essa, per Girard, l’umanità sarebbe del tutto irriconoscibile.

Tuttavia, il tipo di comportamento mimetico che più interessa e inquieta Girard è il desiderio — in entrambi i sensi: come oggetto di analisi e come fonte di conflitto.

Va bene quando la mimesi trasmette modelli culturali.
Ma quando inizia a uniformare i desideri degli individui, allora li conduce alla rivalità, al conflitto e spesso alla violenza.

Girard divide tutti i desideri umani in due categorie:

il desiderio di essere, che chiama desiderio metafisico,
e il desiderio di sperimentare, che chiama desiderio fisico.

Il desiderio fisico è orientato verso l’esperienza confermata dalle caratteristiche dell’oggetto.
Il desiderio metafisico, invece, è orientato verso ciò che quell’oggetto dice di me.

Lascia che faccia qualche esempio per chiarire.

Posso fare sesso per desiderio fisico: per l’esperienza del piacere, dell’intimità, dell’emozione del momento.
Ma posso anche fare sesso per desiderio di essere,
perché la persona con cui faccio sesso dice qualcosa su chi sono.

Questa è psicologia reale. È davvero così che funzionano le persone.

È la psicologia di Don Giovanni o della civetta.
Per queste persone il sesso non riguarda più il sesso, ma l’identità.
Non cercano l’esperienza, cercano la prova. La prova del proprio valore.

Un altro esempio, più terra terra.
Posso comprare un’auto per l’esperienza: per non dover andare ovunque a piedi.
Ma posso anche comprare un’auto perché voglio essere percepito come un certo tipo di persona.
Per esempio avere la macchina più figa del quartiere, così la gente mi ammira. E le tipe mi girano intorno.

Un modo semplificato, ma forse utile, di dirlo è questo:
il desiderio fisico tende all’utilità,
mentre il desiderio metafisico tende all’identità.

Naturalmente il confine tra esperienza ed essere, tra utilità e identità, non è mai del tutto netto.
Ciò che pensiamo di essere influenza il modo in cui viviamo il mondo,
così come le nostre esperienze, anche in modo sottile, plasmano l’immagine che abbiamo di noi stessi.

Ma pensa a quanto possano essere diverse queste situazioni.

Scegliere una professione perché ti interessa davvero,
contro sceglierne una perché “sta bene averla”.
Uscire con qualcuno perché ti piace passare il tempo con lui,
contro stare con qualcuno perché fa una buona figura socialmente.
Viaggiare in un luogo che ti affascina culturalmente,
contro andarci “perché fa figo farsi vedere lì”.

La distinzione indicata da Girard, anche se a volte sfumata, è reale — soprattutto nei casi estremi.

Questo desiderio di essere, il cuore del desiderio metafisico,
è orientato verso una pienezza dell’esistenza.
Girard crede che vogliamo esistere “in grande”.

Il desiderio metafisico assume la forma di una tensione verso oggetti,
nel senso più ampio possibile del termine.

Non si tratta di tette. Si tratta dell’essere.

Guardami. Voglio scalare l’Everest, voglio fondare un’azienda da un miliardo di dollari, voglio studiare in un’università della Ivy League.
Oppure qualcosa di più terra terra: comprarmi una macchina cazzo durissima, uscire con Lisa perché ha delle tette della madonna, portarla in un ristorante elegante e non farla dormire tutta la notte.

Ma in tutte queste esperienze, direbbe Girard, non si tratta mai davvero degli oggetti in sé.

Non credo che questo sia qualcosa di estraneo alla nostra società secolare, ossessionata dai risultati e dal consumo.
Vogliamo acquisire oggetti per rafforzare e confermare la nostra identità.

E il modo in cui scegliamo quali oggetti vale la pena inseguire, secondo Girard, consiste nell’imitare quelle persone che già consideriamo come portatrici di una pienezza dell’essere.

L’imprenditore di successo, il collaboratore brillante.
Assorbiamo i loro desideri come se fossero nostri,
e gli oggetti che loro apprezzano diventano gli oggetti che desideriamo anche noi.

L’errore fondamentale qui è credere che sia proprio il possesso di quegli oggetti a conferire a quei “modelli” la loro pienezza esistenziale.

Pensa alle pubblicità con i celebrità.
Esatto. Vedi una celebrità e vuoi ciò che vuole lei.
L’intera logica della pubblicità con i testimonial si basa su questo.

E credo che una singola frase di una pubblicità delle scarpe di Michael Jordan riveli tutta la verità.
Lo slogan: «Be Like Mike».

La pubblicità non ti promette un prodotto né una funzione.
Ti promette l’essere e il prestigio di Michael Jordan, così che tu possa averne una parte anche tu.

Non è: «Salta come Jordan».
Non è: «Segna punti come Jordan».
Una pubblicità di scarpe da basket non dice nulla delle proprietà fisiche fondamentali di quelle scarpe: leggerezza, aderenza, elasticità.

Ti promette qualcosa di molto più prezioso.
L’essere.
Sii come Jordan.

HP7PDN Rene GIRARD – Date : 20000601 ©Basso Cannarsa/Opale

La tesi principale di René Girard

La tesi centrale di Girard è questa: ciò che spesso appare come un soggetto attratto da un oggetto per il suo valore intrinseco
è in realtà un tentativo di appropriarsi di quell’oggetto per diventare come un certo modello.

Non è l’oggetto ciò che desideriamo davvero, ma l’essere del modello che imitiamo.

Mentre di solito pensiamo al desiderio come a un movimento unidirezionale, che va dal soggetto all’oggetto,
Girard sostiene che il desiderio è triangolare: nasce dal soggetto, passa attraverso il modello e si dirige verso l’oggetto.

Poiché nel desiderio metafisico è in gioco la nostra identità,
esso rappresenta la forza motrice più potente dell’intero repertorio motivazionale umano.

Credo che sia facile riconoscere quando siamo guidati da questo tipo di desiderio, perché in quei momenti diventiamo ossessivi e compulsivi.
Pensiamo che il raggiungimento, il possesso degli oggetti desiderati dal nostro desiderio metafisico ci trasformerà completamente.

Nelle diverse fasi della vita, il desiderio metafisico tende di solito a orientarci verso un insieme limitato di oggetti.

Per me, per esempio:
— all’inizio è stato salire sulla Śnieżka a torso nudo,
— poi completare metà Ironman,
— in seguito portare a termine l’Ironman intero,
— poi scrivere un libro, e così via.

Siamo sempre, nelle varie fasi della vita, orientati verso qualcosa.
E sono proprio questi gli oggetti indicati dal desiderio metafisico.

Paris, France — Born in 1923, Rene Girard is a French philosopher and academic who lives and teaches in the United States. He is today regarded as among the most apt thinkers in the understanding of modernity. — Image by © Sophie Bassouls/Sygma/Corbis

Che cosa lega il desiderio metafisico e il romanticismo?

Sono quegli oggetti che, in ogni fase della nostra vita, acquistano un’importanza sproporzionata,
al punto che iniziamo a percepire il progresso come un semplice avvicinarci a essi.

E ogni volta che si allontanano, anche solo di poco, anche solo di un millimetro,
il cuore ci si ferma e sperimentiamo una profonda disperazione esistenziale.

Il romanticismo è un esempio perfetto.
Spesso non desideri davvero la donna che ti interessa,
e in realtà non sei nemmeno così coinvolto.

Ma poi compare un altro stronzo.
E lui comincia a interessarsi a lei.

E all’improvviso anche tu inizi a eccitarti per quella persona.
È proprio in quella rivalità che si accende in noi lo spirito mimetico.

Ma c’è anche un secondo aspetto, legato a quell’ansia esistenziale che possiamo provare.
Conosci quella sensazione degli enormi alti e bassi all’inizio di una conversazione con una donna o con qualcuno che ti piace?

Sei euforico perché i messaggi vanno alla grande,
saltelli letteralmente di gioia nei corridoi.
Poi, all’improvviso, silenzio.
Non risponde.

Vai in panico, scrivi agli amici: «Che cazzo succede?»
Non riesci a dormire la notte.
La mattina la sveglia suona, guardi il telefono… ed ecco il messaggio.
Ha risposto.
Balzi giù dal letto più in fretta che dopo un doppio espresso.

Questo è proprio l’esempio ideale da tirare in ballo.
Girard ricorreva spesso ai romanzi come esempio paradigmatico del desiderio metafisico,
proprio per queste due caratteristiche di cui sto parlando.

Primo: l’oggetto contribuisce poco, o nulla, al desiderio stesso.
Secondo: le violente oscillazioni emotive.

Questo fa sì che le relazioni romantiche, almeno quelle che Girard descrive,
siano esempi quasi da manuale di desiderio metafisico incarnato.

Guarda: persino in un ambito così intimo come l’amore, i nostri desideri sono, perdona il gioco di parole,
inermi di fronte ai desideri altrui che li attraversano.

Perfino i nostri desideri verso i partner spesso non provengono interamente da loro,
ma dalle persone che li circondano.

Girard dice: se perfino un desiderio così personale può avere una fonte così esterna,
tanto più questo vale per altri ambiti:

la scelta della carriera,
le opinioni politiche,
i gusti estetici,
le convinzioni filosofiche.

È un attacco su larga scala alla concezione moderna dell’“individuo come sistema automatico”,
che prenderebbe decisioni autonomamente con la sola ragione e custodirebbe in sé un nucleo autentico di desideri a cui può attingere.

E se questo attacco ti sembra già ora inquietante, il prossimo punto di Girard lo renderà ancora più disturbante
e ancora più problematico per l’idea stessa di autenticità.

Così come la mimesi e il desiderio metafisico possono condurre al conformismo,
allo stesso modo possono provocare la separazione dal gruppo.

Rinunciare alla corsa è indipendenza o solo una posa morale? Sul falso individualismo

Dunque persino il “seguire la propria strada” può, in realtà, essere completamente determinato socialmente.

Immaginalo così.
La logica del desiderio metafisico consiste nel tendere verso gli oggetti associati a coloro che percepiamo come portatori di una pienezza dell’essere.
La naturale continuazione di questa logica è quindi evitare gli oggetti legati a coloro che giudichiamo privi di tale pienezza.

Vogliamo essere come le “persone fighe”, ma allo stesso tempo distinguerci dagli emarginati sociali.

Ecco un esempio.
I ragazzi del settore tecnologico che girano in semplici t shirt, dal punto di vista di Girard, non sono affatto indipendenti dai giochi di status dei ragazzi della finanza che indossano sempre completi costosissimi.
Anche se in apparenza rifiutano quel gioco, in realtà stanno giocando lo stesso identico gioco, solo a un livello più sofisticato.

Pensaci così.
Presentarsi a una cena in una t shirt da venti złoty, mentre tutti gli altri indossano completi da cinquemila,
è in un certo senso una dimostrazione di potere ancora più forte che arrivare con un abito da diecimila.

Il messaggio è questo:
«Sono così al di sopra di voi che non giochiamo nemmeno allo stesso gioco.
I vostri valori più alti per me sono volgari e irrilevanti».

Questa è la logica della fase negativa della mimesi:
allontanarsi per dimostrare superiorità.

Questa rottura con il gruppo non è affatto più autentica o indipendente del conformismo,
perché le tue scelte continuano a non essere determinate dall’oggetto in sé, ma da ciò che quell’oggetto dice di te.

Prendiamo il mio caso.

In breve, non si trattava tanto dell’oggetto, quanto dell’intensità del mio desiderio e del senso di urgenza, del bisogno di raggiungerlo subito.

Per invidia verso i miei coetanei a cui “era andata bene”,
ho virato nella direzione opposta. Ho rifiutato completamente il mondo materiale
e mi sono rifugiato nella filosofia.

Per anni ho fatto praticamente nulla sul piano professionale, per puro rancore.

Il rifiuto del mondo del costruire, che fosse un’azienda o anche solo uno stage, è diventato la mia arma morale,
con cui cercavo di trasformare la mia sconfitta in successo, il mio fallimento in vittoria.

Ma era altrettanto, se non più, inautentico e distorto.

E di nuovo: non è che non mi piacesse la filosofia.
Ma l’intensità con cui mi ci sono dedicato, e soprattutto la radicalità con cui ho rifiutato il mondo, non erano autentiche.

Non riflettevano quanto amassi davvero la pratica filosofica
e di certo non mostravano quanto detestassi una vita professionale attiva.

Credo di aver perso molte opportunità preziose
perché ero troppo amareggiato persino per provare.

Questo mio “tracciare una strada personale” era semplicemente una strategia di adattamento socialmente condizionata,
per non dovermi sentire inferiore ai miei coetanei di maggior successo.

Come società, credo che tutti riconosciamo che il primo movimento, il conformismo alla cultura del successo, è socialmente determinato, basato sul prestigio, inautentico.

Ma anche il secondo movimento, il rifiuto del gruppo, può essere altrettanto socialmente determinato,
perché sono ancora le relazioni con gli altri, e non le scelte in sé, a plasmare le nostre decisioni.

Nel primo caso è stata l’ammirazione a rendermi simile agli altri.
Nel secondo è stato il rancore a rendermi diverso.

Cambia la direzione, ma l’essenza resta la stessa.

Eppure, nella nostra società, allontanarsi dal gruppo, tracciare una propria strada,
viene considerato un segno sicuro di indipendenza. Ma non è vero.

Girard cerca qui di smontare ciò che chiama la “menzogna romantica”.

Questa menzogna dice più o meno questo:
nel profondo, ognuno di noi sarebbe un individuo, con qualcosa che si può chiamare un “io” autentico.
Su questo io si sovrapporrebbero, uno dopo l’altro, strati di condizionamenti sociali, di origine esterna.
La strada verso l’autenticità, secondo la menzogna romantica, passerebbe dall’ascoltare il cuore, dal rompere con il gruppo,
cioè dal rimuovere progressivamente questi strati di influenza sociale.

Girard dice: non così in fretta.

Questo distacco dal gruppo può essere tanto socialmente determinato quanto un conformismo rigido.

Confondi la “differenza” con l’“autonomia”.
Confondi la “distanza” con l’“indipendenza”.
Confondi l’“originalità” con la “libertà”.

La realtà è che possiamo essere plasmati socialmente tanto dal rifiuto del gruppo per rancore,
quanto dall’adesione al gruppo per ammirazione o pressione dei pari.

La mimesi agisce sia in positivo che in negativo.

Mimesi e desiderio metafisico ci incatenano dunque in tutte le direzioni,
sia nel conformismo che nel rifiuto.

L’essere umano, come mostra Girard, è sociale fino al midollo.

La cosa più importante da ricordare della psicologia di René Girard è…

Se dovessi ricordare una sola cosa della psicologia di René Girard, sarebbe questa:

L’elemento più potente e più esplicativo della psiche umana è la nostra dimensione sociale.
I nostri valori, le opinioni politiche, i gusti estetici e persino le convinzioni filosofiche
sono in larga misura — spesso addirittura in modo predominante — determinati dagli altri,
in maniera profonda e spesso inconscia, piuttosto che scelti autonomamente.

Possiamo pensare che i nostri desideri siano davvero nostri…
ma in realtà non desideriamo a causa dell’oggetto in sé,
bensì per ciò che quell’oggetto dice di noi.

Possiamo credere di desiderare il nostro partner solo per ciò che è,
o almeno per la sua attrattiva fisica,
ma Girard mostra che nemmeno questo è tutta la verità.

Possiamo illuderci che sia la ragione a tenere le redini e a guidare le nostre decisioni,
ma la nostra dimensione sociale è spesso molto, molto più forte.

La ragione finge di essere il padrone, ma in realtà è l’avvocato e il portavoce di quella parte sociale,
e molto più spesso si limita a razionalizzare a posteriori.

Esempi tipici:

«Ovviamente voglio diventare imprenditore perché desidero cambiare il mondo in meglio».
«Ovviamente non diventerò mai imprenditore, perché il business è rozzo e il capitalismo è immorale».

Queste giustificazioni arrivano solo dopo che, nel profondo,
abbiamo già reso omaggio a motivazioni sociali nascoste.

Sui condizionamenti sociali nella teoria di René Girard

Per René Girard la nostra natura mimetica,
cioè il grado in cui siamo socialmente condizionati,
è ciò che ci distingue dagli animali
e indica la direzione fondamentale dell’evoluzione umana a partire dalla scimmia.

Questa direzione evolutiva non consiste, come si crede comunemente,
nell’aumento della capacità di ragionare o di cogliere la verità.

Dopotutto, direbbe Girard, anche altri animali mettono in atto comportamenti orientati alla verità:
l’ecolocalizzazione, la percezione dei campi magnetici, la visione notturna.
Sono tutte forme di attività conoscitiva.

Ma solo noi siamo capaci di creare dèi,
raccontare storie, inventare finzioni,
andare in guerra in nome di un onore astratto
che non si può assaggiare, annusare o toccare,
scambiare cibo e riparo con pezzi di carta,
morire per miti e divinità che non sono mai esistiti.

Gli animali sono sobri.
Noi siamo folli.

L’unicità non nasce dalla capacità di scoprire la verità, ma dalla fede in determinate menzogne

Per René Girard, ciò che ci rende unici non è la capacità di scoprire la verità,
ma la capacità di credere nelle menzogne, purché anche gli altri intorno a noi ci credano.

Per la mente moderna questa è un’idea profondamente estranea della natura umana.
E apre un vero e proprio vaso di Pandora di domande:

Che cosa significa proteggere la libertà dell’individuo,
se — come corde di violino che vibrano per risonanza — non siamo mai stati davvero liberi?
Come possiamo seguire i nostri desideri autentici,
se ogni parte della nostra psiche ha origine all’esterno di noi stessi?
In che modo il processo democratico può non essere arbitrario quanto il capriccio di un singolo dittatore,
se siamo così facilmente influenzabili dalla folla?

Andiamo avanti.

La storia secondo Girard. Il meccanismo del capro espiatorio

Questo ci conduce a un problema molto più importante e molto più pericoloso in questa storia evolutiva, al quale ora dobbiamo guardare in faccia.
Tutto ciò di cui abbiamo parlato finora, tutto ciò che abbiamo analizzato, riguarda le capacità psichiche fondamentali che definiscono l’essere umano.

Ora però torniamo alla storia secondo Girard, per vedere quali sfide eccezionali questa psicologia porta con sé.
Passiamo ufficialmente dalla psicologia alla storia.

Man mano che l’uomo primitivo diventava sempre più mimetico,
le semplici gerarchie di dominanza che funzionavano bene nei gruppi animali
iniziarono a sgretolarsi.

L’idea è più o meno questa.
Le gerarchie di dominanza, in cui esiste una catena chiara dall’alfa, alla beta, alla gamma fino all’omega,
funzionano bene quando il livello di mimesi è basso.
Finché la beta non desidera ciò che possiede l’alfa, e la gamma non desidera ciò che possiede la beta, tutto resta stabile.

Ma la tendenza mimetica degli esseri umani primitivi divenne così intensa
che i desideri iniziarono a permeare l’intera gerarchia.
Il desiderio metafisico, o almeno la sua intensità, è qualcosa di specificamente umano,
e questo porta gli individui a entrare in competizione con i propri modelli.

Desideri metafisici convergenti e competitivi cominciarono a lacerare i gruppi sociali,
conducendo a guerre di tutti contro tutti
e distruggendo ogni comunità che veniva risucchiata in questo vortice.

René Girard sostiene che solo quei gruppi sociali che riuscirono a sopravvivere e a costruire una cultura duratura
furono quelli che, quasi per caso, scoprirono un certo “schema” culturale capace di contenere questo conflitto crescente.
Un meccanismo che egli chiamò il meccanismo del capro espiatorio.

Nel mezzo di una guerra di tutti contro tutti, per esempio in una guerra civile o durante la Rivoluzione francese,
quando la società precipita nel caos totale,
Girard osserva che le comunità tendono spesso a unirsi attorno a una singola vittima o a un piccolo gruppo di vittime,
attribuendo loro tutta la colpa e tutta la frustrazione generate dal caos e dal corso degli eventi.

Seguendo questo ragionamento, sorge una domanda naturale.

Si tratta forse di un processo razionale, come una sentenza emessa da un tribunale contro un imputato?
La risposta di Girard è chiara e netta. No. Non è un processo razionale.
È piuttosto un processo casuale,
in cui certe accuse contro certe persone iniziano improvvisamente ad acquistare forza,
fino a incantare l’intero gruppo.

Bisogna pensare piuttosto all’arbitrarietà della Rivoluzione francese,
non a colpi chirurgici diretti con precisione contro una borghesia realmente colpevole del sistema.

La vittima, anche se non è del tutto innocente,
di certo non merita mai l’enorme quantità di colpa che le viene attribuita.
Il gruppo è sempre in errore,
e la sicurezza del gruppo viene rafforzata dall’unanimità, dal fatto che tutti credono nella colpevolezza della vittima.

Quella vittima viene espulsa, spesso brutalmente uccisa,
e il gruppo sperimenta una scarica purificatrice che ristabilisce la “pace”.

Purtroppo la storia dell’umanità è piena di esempi di capri espiatori innocenti.

Pensa ai nazisti, che trasformarono gli ebrei nei capri espiatori della caduta della Germania.
Pensa alla grande carestia in Ucraina, quando la propaganda staliniana accusò i contadini più ricchi del fallimento della collettivizzazione.
Pensa al processo e alla morte di Socrate per mano della giuria ateniese.
Pensa alla peste nera, attribuita alle streghe e alla stregoneria.

Girard ritiene che non ci basti trovare dei colpevoli.
Vogliamo trovare un’unica fonte radicale del male,
su cui scaricare ogni responsabilità.

Il meccanismo del capro espiatorio, in Girard, rivela un bisogno eterno delle società umane nei momenti di crisi e di caos.
Trovare una sola vittima a cui attribuire ogni colpa e da uccidere,
per ristabilire la pace e l’unità.

Questo crimine deve essere il più purificatore possibile,
e quindi deve essere anche il più brutale e il più ingannevole possibile.

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L’omicidio e il soggetto nella filosofia sociale di René Girard

Spesso tutta la colpa per i problemi di una società viene scaricata su un’unica vittima.
René Girard ritiene che questo omicidio sia male, che si fondi su una menzogna, che sia moralmente ripugnante e che non dovrebbe mai avvenire
ma ha funzionato.
Ed è stata l’unica cosa che ha funzionato, mantenendo in vita le prime società umane.

Per capire che cosa Girard stia realmente affermando qui, perché si tratta di una tesi estremamente radicale sulla violenza come fondamento della società,
dobbiamo tornare alla sua psicologia.

In ogni filosofia sociale bisogna porsi una domanda fondamentale: chi è il soggetto?

Per Marx il soggetto è la classe sociale.
Per il fascismo è lo Stato nazionale.
Per Agostino è l’anima cristiana.
Il soggetto della filosofia sociale di Girard è l’“animale spirituale”.
Non un essere che pensa in termini di utilità e numeri,
ma un essere che agisce attraverso vendetta e orgoglio, onore e identità,
che prova invidia e risentimento.

Per un essere sociale di questo tipo, il meccanismo principale che lo governa non è il consenso,
né il mandato del cielo, né il bene comune,
e tantomeno il dibattito politico razionale.

Girard sostiene che non siamo creature razionali,
interessate a un’analisi sistematica e a soluzioni sfumate,
ma esseri sociali e spirituali che hanno bisogno di una scarica catartica contro un male radicale.

Nei momenti di crisi estrema non cerchiamo la verità.
Cerchiamo una grande menzogna e un omicidio fondativo che ci dia purificazione.

Questa menzogna va ancora oltre.
Anche se nella modernità questo non accade più, per ragioni che vedremo più avanti,
nelle religioni pagane primitive la pace che improvvisamente scendeva sulla folla dopo l’uccisione della vittima
era così miracolosa, così immediata e così incredibile
che le persone non erano in grado di comprendere che cosa fosse realmente successo.

Com’è possibile che un attimo prima ci stessimo sbranando a vicenda,
e subito dopo fossimo riconciliati?

E così, nello stesso modo ingannevole con cui prima la folla aveva attribuito alla vittima la colpa del caos,
ora le attribuisce il merito di aver ristabilito la pace.

La vittima assassinata viene paradossalmente innalzata sugli altari come un dio.

Girard sostiene che il meccanismo del capro espiatorio opera con tale unanimità
che le persone si sentono completamente giustificate in ciò che fanno,
al punto da non percepirsi nemmeno come coloro che portano la pace.

Vedono soltanto la vittima e concludono che deve essere stata lei a riportare l’ordine.
Se è così, allora deve essere una divinità.

Queste divinità pagane sono onnipotenti.
Hanno il potere di scatenare la distruzione e di porvi fine.
Sono percepite allo stesso tempo come buone e come malvagie.

Un esempio a cui Girard fa spesso riferimento è la storia di Edipo, raccontata da Sofocle.

Edipo nell’interpretazione di René Girard. Il significato del mito nella teoria del capro espiatorio

Ti racconterò una versione molto sintetica.

Edipo è il nuovo re di Tebe, una città colpita da una terribile pestilenza.

Edipo ha commesso due grandi colpe.
Il parricidio, ha ucciso suo padre.
L’incesto, ha dormito con sua madre.

Quando tutto questo viene alla luce, l’intera città attribuisce a Edipo la responsabilità della peste e lo scaccia.
La comunità sperimenta una purificazione e la pestilenza si arresta.

Edipo vaga per le poleis greche e, col passare del tempo, accade qualcosa di molto strano.
Invece di restare una figura odiata, che tutti vogliono respingere e dimenticare,
le città iniziano a contendersi la sua presenza.

In tutta la Grecia si diffonde una profezia secondo cui nel luogo in cui Edipo verrà sepolto
regnerà una pace duratura.

Ed è proprio in questa mitologia di Edipo che vediamo chiaramente entrambi i movimenti del meccanismo del capro espiatorio.

Prima il capro espiatorio, colui che tutti accusano e scacciano.
Poi lo status divino della vittima, alla quale viene attribuito il potere di ristabilire l’ordine e la pace.

In primo luogo vediamo il meccanismo del capro espiatorio.
Edipo poteva anche essere moralmente colpevole di parricidio e incesto,
ma attribuirgli la causa dell’intera pestilenza era chiaramente una menzogna sproporzionata.
Il suo esilio si fondava su un’accusa infondata.

In secondo luogo assistiamo a un processo di divinizzazione.
Poiché l’espulsione di Edipo aveva portato una pace duratura attraverso la catarsi,
egli iniziò ad assumere una doppia identità.
Ancora malvagio come causa della peste,
ma allo stesso tempo radicalmente buono, dotato del potere di porre fine alle epidemie e ristabilire la pace.

Alla fine del racconto, Edipo viene divinizzato, o quantomeno feticizzato.

René Girard sostiene che in tutte le religioni pagane possiamo trovare tracce di una vittima che è diventata dio
e che costituisce il fondamento della cultura in questione.

Un esempio è il mito greco della nascita di Zeus,
con la sua inquietante somiglianza con un omicidio rituale.

Ma non sono solo le religioni a nascere dal meccanismo del capro espiatorio.
Anche la cultura e la società pagana nel loro insieme.

Giulio Cesare come vittima e come dio. La vera logica delle istituzioni pagane. Precetti e rituali

Prendiamo l’esempio di Giulio Cesare, che dal punto di vista dell’Impero romano
è una vittima.

Nella storia di Cesare vediamo tutti gli elementi chiave del meccanismo del capro espiatorio.

Per prima cosa Roma è immersa nel caos e nella guerra civile.
Giulio Cesare diventa il capro espiatorio, accusato e assassinato collettivamente sotto gli occhi del Senato.
La pace non arriva subito, ma alla fine viene ristabilita da un altro Cesare,
Cesare Augusto, nipote di Giulio.

E nel momento della vittoria di Augusto, Giulio Cesare viene letteralmente divinizzato.
Il Senato romano lo proclama dio
ed egli diventa la fonte di legittimazione e di prestigio per l’intera Roma.

Da quel momento in poi, i sovrani successivi traggono la propria legittimità dal legame con Cesare,
spesso assumendo direttamente il suo nome e chiamandosi “Cesari”.

Da qui il gran numero di “Cesari” nella storia del mondo.

La vittima che diventa dio, fissata nel mito,
è secondo René Girard il meccanismo centrale di ogni religione e di ogni cultura pagana.

Il meccanismo centrale di ogni cultura e religione pagana.

Ma ovviamente le storie, da sole, non bastano a mantenere la pace e a governare una società.

Per questo da quei miti e da quegli omicidi fondativi derivano due insiemi di istituzioni concrete.

I divieti.
I rituali.

La logica dei divieti consiste nel prevenire il caos creando differenze sociali tra le persone,
in modo che il desiderio metafisico non possa diffondersi con troppa facilità.

I sistemi di classe, i ruoli di genere, le professioni ereditarie,
anche quando erano oppressive,
svolgevano una funzione cruciale nella società pagana,
proteggendo dalla rivalità reciproca.

Quando però i divieti fallivano,
si rendeva necessario un secondo insieme di istituzioni, i rituali.

I rituali hanno lo scopo di ripetere l’omicidio fondativo in una forma controllata,
per generare la stessa catarsi prodotta dall’atto originario di violenza.

Incesto reale, feste sfrenate, sacrifici umani,
per quanto brutali, svolgevano anch’essi una funzione importante.
Produce­vano purificazione e mantenevano la pace.

Erano valvole di sicurezza.

Riassumiamo.

Il meccanismo del capro espiatorio segue questo schema.

Un evento reale e catastrofico.
Una società in preda al panico che uccide una vittima innocente.
Segue la catarsi e la comunità ritrova la calma.
Nascono nuove divinità.
L’evento viene ricordato e drammatizzato nel mito.
Il mito viene poi tradotto di nuovo in istituzioni sociali
sotto forma di divieti e rituali.

Questo arco, dall’evento al mito fino alle istituzioni,
non è solo il modo in cui nascono le religioni pagane,
ma anche il fondamento di ogni società e di ogni cultura umana.

Naturalmente, queste società e questi miti si basano dall’inizio alla fine su menzogne.
Sia il capro espiatorio sia la sua divinizzazione sono ugualmente falsi,
perché la vittima non ha né il potere di causare il caos né quello di porvi fine.

Si tratta di una proiezione psicologica della folla,
fondata esclusivamente sull’unanimità.

E ciò che è fondamentale è che questa falsità è sempre nascosta dal mito,
perché il mito è scritto dal punto di vista del persecutore.

Il persecutore scrive dalla posizione della folla,
e da quella prospettiva tutto appare vero.
La colpa, la lode, la divinizzazione,
tutto sembra meritato, non una semplice proiezione.

Ma soprattutto nulla di tutto questo può essere smascherato,
perché se accadesse gli dèi perderebbero il loro potere,
nel momento in cui gli uomini comprendessero di averglielo conferito loro stessi attraverso l’unanimità.

Tutto questo è falso e completamente arbitrario.

Si può dire che, in sintesi, ho spiegato le “false” religioni pagane così come le presenta Girard.
E questo ci conduce a una domanda cruciale.

Perché Girard era cristiano? Sulla vittima che dice la verità

A prima vista il cristianesimo sembra adattarsi perfettamente alla logica che René Girard attribuisce alle false religioni pagane, vero?

A Gerusalemme scoppiano disordini sociali che culminano nella crocifissione di Cristo.
Abbiamo l’ingiusta trasformazione di Cristo in capro espiatorio e il suo omicidio sulla croce.
Poi la risurrezione e la divinizzazione.
In seguito la mitologizzazione attraverso la Bibbia.
Infine l’istituzionalizzazione attraverso la Chiesa cattolica, con i suoi divieti e rituali.

La domanda è questa.
Come può la storia cristiana essere vera per Girard, se tutte le religioni pagane sono false?

Girard risponde che la storia cristiana ha effettivamente la stessa struttura delle religioni pagane,
perché anche Cristo diventa un capro espiatorio.

Ma c’è una differenza fondamentale.

Il cristianesimo è la prima narrazione raccontata dal punto di vista della vittima.

Ricorda.
Il mito pagano prende sempre le parti degli assassini.
Crede sempre nella colpevolezza della propria vittima.

Il racconto di Sofocle su Edipo conferma il verdetto di Tebe,
secondo cui Edipo sarebbe stato davvero colpevole della pestilenza a causa del parricidio e dell’incesto.

Oppure pensa al mito fondativo di Roma, quello di Romolo e Remo.
Romolo uccide Remo per fondare Roma.

Anche la versione canonica di questa storia giustifica l’omicidio,
considerandolo, seppur deplorevole, necessario,
a causa della hybris di Remo e della violazione dei confini della città di Romolo.

La Bibbia fa qualcosa di diverso.
Racconta lo stesso tipo di storia delle religioni pagane,
ma da una prospettiva opposta.

Non dal punto di vista del persecutore,
come fanno tutte le religioni pagane,
ma dal punto di vista della vittima.

Pensa a questo.

Che cosa ci dice la Bibbia?
Ci dice che Gesù Cristo è innocente.

Pilato, che lo condanna, proclama apertamente la sua innocenza.

La folla che pretende la morte di Cristo è mostrata come arbitraria e ingiusta,
come la vera fonte del male.

La condanna di Gesù è presentata come totalmente ingiusta,
e le accuse contro di lui come una pura proiezione psicologica della folla.

E naturalmente tutta questa storia ci è stata trasmessa dai discepoli,
cioè dalla parte della vittima, non dei persecutori.

Il cristianesimo racconta la storia del capro espiatorio,
ma dal lato opposto, quello vero.

È come se dei giurati che per secoli hanno ascoltato le menzogne raccontate dai criminali nei miti pagani
venissero improvvisamente messi di fronte alla verità,
raccontata dalla vittima.

La crocifissione smaschera le menzogne di tutte le religioni
e mostra che la folla mente,
che la vittima è innocente,
che non esiste alcun potere sacro pagano. È solo una proiezione.

Questo è il messaggio fondamentale e dirompente che, per Girard, scaturisce dalla crocifissione.

Ed è un messaggio che lentamente, ma in modo irreversibile,
inizia a smontare il meccanismo del capro espiatorio.

Da questo momento in poi leggeremo i miti alla luce del Vangelo,
che ci permetterà di coglierne la falsità.

L’innocenza di Cristo e la sua persecuzione ingiusta,
attraverso la diffusione del cristianesimo,
diventano la lente dominante attraverso cui guarderemo il mondo d’ora in avanti.

Cercheremo sempre la persecuzione ingiusta.
Ci schiereremo sempre dalla parte della vittima.
Saremo sempre consapevoli delle menzogne della folla.

Cristo sapeva che la sola analisi razionale del meccanismo del capro espiatorio,
come quella che ti ho appena presentato,
non sarebbe stata sufficiente a strappare le società a questo schema culturale eterno.

Abbiamo bisogno di una narrazione altrettanto potente,
capace di scuoterci e di trasportarci in un modo completamente nuovo di vedere il mondo.

Ed è proprio qui che risiede la forza del racconto cristiano.

In un certo senso oggi viviamo tutti all’interno di un paradigma cristiano,
anche se non siamo esplicitamente cristiani,
perché è il cristianesimo a costituire il fondamento dell’intuizione filosofica della modernità.

Il cristianesimo è dunque, secondo Girard,
la religione che pone fine a tutte le religioni,
il mito che pone fine a tutti i miti,
l’omicidio fondativo che smaschera e conclude tutti gli altri omicidi fondativi,
rivelandone la violenza, l’ingiustizia e la menzogna.

La metafora più adeguata per descrivere il rapporto tra cristianesimo e religione pagana
è quella tra un vaccino e la malattia che combatte.

L’efficacia del vaccino deriva dalla sua somiglianza con il virus originario,
non da una radicale differenza.

Ed è proprio questa somiglianza che lo rende efficace.

Perché la Bibbia smaschera i miti pagani? L’interpretazione girardiana

La Bibbia, secondo René Girard, è un vaccino contro i miti.

Per questo la strategia di molti cristiani contemporanei, che cercano di dimostrare che la Bibbia non ha nulla a che fare con i miti antichi,
che è radicalmente diversa, è sbagliata.

Prendiamo per esempio l’epopea di Gilgamesh, uno dei primi miti conosciuti della Mesopotamia.
Molti cristiani arrossiscono di fronte alle somiglianze tra questo mito e la Bibbia, vero?

Abbiamo la ricerca del frutto dell’immortalità dall’albero della vita eterna,
un motivo presente sia nella Bibbia sia nel mito di Gilgamesh.
C’è un serpente ingannevole che mangia il frutto e priva gli uomini dell’immortalità.
Ci sono grandi diluvi dai quali solo alcuni eletti si salvano.

Girard direbbe:
non vergognartene, non cercare di prendere le distanze da questi miti.
La Bibbia è efficace proprio perché, e non nonostante, sia vicina ai miti.

La Bibbia è un cavallo di Troia che ci libera dall’interno dalla religione pagana.

La conclusione sorprendente di Girard è questa.
Il cristianesimo è una forza demistificatrice che pone fine alle religioni.

Il paradigma morale cristiano sottrae il fondamento stesso a tutte le società umane arcaiche.

Gradualmente, ma in modo irreversibile, il cristianesimo ci permette di decifrare e di uscire dal meccanismo del capro espiatorio,
che non può più funzionare se le persone sanno che la vittima è innocente.

Se la vittima è mostrata come innocente,
la catarsi non è possibile.
Senza catarsi non c’è pace.
Senza pace non c’è divinizzazione.
Senza divinizzazione le istituzioni pagane e mondane perdono prestigio.
E senza prestigio non possono più funzionare.

Il cristianesimo sottrae l’umanità al tempo ciclico,
determinato da paradigmi morali mutevoli,
e la orienta verso una traiettoria lineare.

La direzione di questa linearità è definita da quattro forze chiave che Cristo ha liberato nella storia umana.

Amore.
Verità.
Innovazione.
E, sorprendentemente, violenza.

Come sempre in Girard, anche la sua analisi degli effetti del cristianesimo nel mondo è carica di tensioni e paradossi.
In questo vaso di Pandora aperto da Cristo troviamo sia elementi positivi,
amore, verità, innovazione,
sia una violenza di carattere apocalittico.

Tutte queste forze crescono simultaneamente e sfuggono al controllo.

Inoltre, persino all’interno di ciascuna di esse,
Girard individua un’ambivalenza.

L’amore spesso si manifesta come ipocrisia.
La verità diventa dogma.
L’innovazione degenera in moda.
E perfino la violenza, secondo Girard, può essere una forza motrice
che, se adeguatamente incanalata, per esempio dal capitalismo,
crea le migliori condizioni di vita nella storia dell’umanità.

Esaminiamo ora ciascuna di queste forze, una per una.

Amore, violenza e sacrificio. Come il cristianesimo ha cambiato il mondo secondo Girard

La prima forza che il cristianesimo ha liberato nella storia è l’amore.

È l’amore che ha reso le nostre istituzioni, come il diritto, più umanitarie.
È l’amore che spinge i paesi sviluppati a competere tra loro nell’aiutare quelli travolti dalla crisi.
È l’amore che ci ha liberati dalle pratiche crudeli dei sacrifici umani e dei rituali sanguinosi.
È l’amore che sta alla base degli ideali politici moderni, dei diritti umani e dell’uguaglianza.

René Girard ritiene che tutto questo sia opera di Cristo, perché questo era il cuore del suo messaggio.

Rinuncia alla violenza.
Porgi l’altra guancia.
Sviluppa l’amore.
Ama il prossimo tuo come te stesso.

Oggi ci preoccupiamo profondamente dei poveri e degli esclusi,
ci schieriamo istintivamente dalla parte della vittima,
mentre le società pagane stavano dalla parte dei forti,
perché la storia di Cristo parla dell’innocenza e della purezza morale delle vittime.

Culturalmente siamo radicalmente diversi dalle società pagane, che veneravano il potere
e disprezzavano i deboli.

Ma, in un certo senso, la natura ostinata dell’essere umano non è cambiata.

Girard sostiene che continuiamo ad avere bisogno di perseguitare,
solo che oggi l’unica forma ammissibile di persecuzione è
in nome delle vittime,
in nome della lotta contro la persecuzione.

In un certo senso Girard non è convinto che la società sia cambiata così profondamente,
che abbiamo davvero abbandonato la persecuzione.

Forse, dice, una descrizione più accurata è che sia avvenuto soltanto uno scambio superficiale
di chi riteniamo legittimo perseguitare.

Nella nostra cultura centrata sulle vittime, chiunque assomigli a una vittima tradizionale diventa intoccabile.
Minoranze etniche, classi inferiori, donne, persone con disabilità.
E Girard considera questo un bene.

Il problema è che abbiamo ribaltato tutto.

Ora ci sentiamo autorizzati, anzi forse persino obbligati, a perseguitare ogni forma di privilegio.
Il privilegio bianco.
Il privilegio della piena abilità.
Il privilegio di classe.
Il privilegio maschile.

Girard dice così, e cito.

«La compassione obbligatoria della nostra società rende possibili nuove forme di crudeltà».

Girard accusa la modernità di ipocrisia
e ci ricorda i terribili crimini commessi in nome della protezione delle vittime.

Un’altra citazione.

«L’ipocrisia è pericolosa perché conduce esattamente a ciò che pretende di combattere, alla persecuzione delle vittime.
Chiunque conosca le tragedie dell’Unione Sovietica, costruita sulla protezione del proletariato perseguitato,
dovrebbe guardare con terrore un’America dominata dall’ideologia delle vittime.
È un altro volto del totalitarismo, un’inquisizione in nome delle vittime.
È questa la forma che oggi assume la violenza arbitraria e ingiustificata,
la persecuzione dei persecutori».

La verità del cristianesimo.

Questo per quanto riguarda l’amore.
E la stessa ambivalenza riguarda la seconda forza del cristianesimo, la verità.

Girard ci invita a guardare il mondo contemporaneo.
Più di qualsiasi altra civiltà, oggi valorizziamo la verità
e crediamo nella nostra capacità di conoscerla.

Siamo lontani dai divieti dell’Eden che proibivano l’accesso all’Albero della Conoscenza.
Lontani dall’umiltà intellettuale di Giobbe.
Lontani dalla lezione di Edipo, che mostra come una conoscenza maggiore possa condurre alla catastrofe.
E lontani dalle cacce alle streghe e dalle superstizioni.

Boston – Massachusetts, Christian Science Center, Blue, Church, Color Image

Come il cristianesimo ha reso possibile la nascita della scienza secondo René Girard

Ciò che può sembrare sorprendente è che René Girard ritiene che il trionfo supremo della verità, cioè la scienza, sia nato dal cristianesimo.

Può sembrare assurdo, ma ecco la prima versione del suo argomento.

Il cristianesimo ha preparato il terreno per l’indagine scientifica, scacciando il mito e purificando lo spazio della conoscenza.

Questo dovrebbe già suonare familiare.
Il cristianesimo smaschera i fondamenti mondani e falsi e comincia a demolire divieti, rituali e religioni pagane.

Solo quando smettiamo di cercare la verità nel mito, la ragione ottiene lo spazio per produrre veri frutti cognitivi.

In fondo, se qualcosa è già spiegato da un mito universalmente venerato, che non può essere messo in discussione,
la ragione nemmeno tenta di indagare quel fenomeno.

Un interlocutore di Girard lo esprime in modo preciso, e qui cito.

«È proprio il cristianesimo che rende possibile la scienza, desacralizzando la realtà e liberando gli esseri umani dalle causalità magiche.
Quando smettiamo di vedere le tempeste come il risultato delle azioni di una strega dall’altra parte della strada, possiamo iniziare a studiare i fenomeni meteorologici in modo scientifico».

Girard dice: dovrò dire ancora molto di più per convincerti, e lo farò.
Ma prima di iniziare a festeggiare il fatto che il cristianesimo abbia reso possibile la scienza, ricordiamoci di una cosa.
Alla verità accade esattamente ciò che accade all’amore.

Così come la difesa delle vittime diventa uno stendardo per nuovi persecutori,
allo stesso modo l’amore per la scienza si è trasformato in una feticizzazione
che crea una nuova religione incontestabile.

Ma che cosa c’è di sbagliato nel fatto che la scienza goda di un prestigio enorme?
Che cosa c’è di così problematico?

Girard risponde.

Quando la scienza viene divinizzata, diventa indiscutibile,
e questo permette di zittire le voci dissenzienti e di giustificare idee politiche completamente folli.

Negli anni Settanta del Novecento emerse un’ondata di previsioni climatiche assurde,
sostenute da testate come The Times, New York Review, Columbia, Brown.
Si pubblicavano articoli su un’inevitabile era glaciale,
cosa che oggi appare ridicola.

Eppure l’orrore del nazismo venne giustificato facendo appello alla scienza più avanzata dell’epoca, l’eugenetica.

Non era “pseudoscienza”.
L’eugenetica godeva di enorme prestigio e rispetto all’inizio del XX secolo.

Si basava su Darwin, sulla più recente biologia evoluzionistica,
e svolse un ruolo centrale nello sviluppo della statistica.

Non so se vi rendete conto.
All’University College London esisteva una cattedra di eugenetica,
così come oggi esistono cattedre di biologia.

L’eugenetica era sostenuta da premi Nobel come Hermann Muller
e da politici come Theodore Roosevelt.

Girard ritiene che il motivo per cui la divinizzazione della scienza è pericolosa
sia esattamente lo stesso per cui era pericolosa la divinizzazione degli editti della Chiesa cattolica.

Così come la sanguinosa conquista europea delle Americhe fu almeno in parte giustificata appellandosi al cattolicesimo
e alla presunta missione di diffondere il Vangelo,
oggi legittimiamo obiettivi politici spesso discutibili con un po’ di “ragione” e qualche goccia di “scienza”.

E come un tempo chi non era d’accordo con la Chiesa cattolica veniva definito eretico,
oggi chi non è d’accordo con una “scienza” politicizzata e dubbia viene etichettato come complottista,
una persona che non merita nemmeno di essere ascoltata o confutata.

Quando la scienza viene divinizzata, diventa un ostacolo alla verità e all’indagine autentica,
perché smette di essere l’inizio di una conversazione e diventa la sua fine.

Ed è proprio qui che risiede l’ipocrisia.

Come il cristianesimo ha dato inizio all’epoca dell’innovazione? Girard: Gesù è stato l’inizio

La terza forza che il cristianesimo ha liberato è l’innovazione.
E, secondo René Girard, essa è stata avviata da Gesù Cristo in modo molto simile a quanto è avvenuto con la scienza.

Distruggendo i miti, veniamo liberati dalla venerazione eccessiva del passato
e acquisiamo la libertà e la forza di immaginare il futuro.

L’idea che Girard ha in mente si comprende più facilmente osservando il caso negativo.
Che cosa non è, di certo, l’innovazione?

È la convinzione reazionaria, presente per gran parte della storia, ad esempio tra i confuciani o in molte correnti cristiane,
secondo cui i giorni migliori sarebbero già alle nostre spalle.

Da questo punto di vista, il nostro compito pratico consiste soltanto nel copiare ciecamente il passato
e tentare di arrestare il declino della storia.

In una simile visione del mondo, la parola stessa “innovazione” aveva connotazioni negative fino al XVIII secolo.

Significava allontanarsi da un ideale sacro, ma rigido e statico,
trasmessoci dagli antichi miti.

In precedenza, l’innovazione era sinonimo di eresia.

Questa venerazione eccessiva del passato era spesso radicata in una fede religiosa in un passato mitizzato.
Il cristianesimo ci libera da questo culto cieco,
perché, secondo Girard, è una forza che smantella la mitologia.

Il cristianesimo mostra ciò che consideravamo immutabile come arbitrario,
e proprio per questo possiamo sperimentare e innovare.

Quando veniamo liberati dalla presa del passato,
l’innovazione conduce a cambiamenti tecnologici e sociali radicali.

Basta guardarsi intorno.

Il dominio dei viaggi via terra, via mare e via aria.
La vittoria contro le malattie e la fame.
Nuovi sistemi politici.
La trasformazione delle norme di genere.
Il denaro.

L’intera civiltà occidentale degli ultimi secoli è definita dal cambiamento
e addirittura se ne vanta.

Ma il problema dell’innovazione è lo stesso dell’amore e della verità. L’ipocrisia.

Oggi feticizziamo l’innovazione.
Marciamo obbedienti sotto lo stendardo dell’“originalità”.

Girard ne parla così.

Cito.

«Il mondo contemporaneo rifiuta l’imitazione a favore dell’originalità a ogni costo.
Non dovresti mai dire ciò che dicono gli altri,
mai dipingere ciò che dipingono gli altri,
mai pensare ciò che pensano gli altri, e così via.
Ma poiché questo è assolutamente impossibile,
ben presto emerge un’imitazione negativa,
che sterilizza tutto.

Sempre più spesso le persone sono costrette a capovolgere le proprie opinioni
e a proclamare con grande enfasi una nuova rivoluzione epistemologica,
che dovrebbe rivoluzionare l’intero campo dall’alto al basso.

Questa ossessione per l’originalità ha prodotto alcuni rari capolavori,
ma anche un numero considerevole di cose bizzarre e stravaganti.

Il principio dell’originalità a ogni costo conduce alla paralisi.
Più celebriamo le innovazioni creative e arricchenti,
meno esse nascono realmente.

Per duemila anni l’arte è stata imitativa,
e solo nel XIX e XX secolo si è iniziato a rifiutare la mimesi.
Perché? Perché siamo più mimetici che mai.
La competizione assume una forma tale
che tentiamo invano di espellere l’imitazione da noi stessi».

Vuoi essere originale? Inizia copiando. Girard sul paradosso della creatività

Il problema su cui René Girard richiama l’attenzione è questo.
Il rifiuto totale dell’imitazione e l’adorazione idolatrica dell’innovazione
ignorano il fatto che imitazione e innovazione significativa sono spesso inseparabili.

Prima devi imitare e raggiungere la maestria,
solo dopo puoi realizzare una vera innovazione.

La storia è piena di esempi in cui ripetizione, replica e imitazione
sono state una condizione preliminare necessaria per l’innovazione.

Pensa a Gérard, che fu un maestro nella riproduzione delle forme poetiche
prima di crearne di proprie.
Pensa ai giganti industriali che iniziarono come piccole aziende cinesi, copiando tutto indiscriminatamente,
per diventare col tempo autentici innovatori.
Citiamo ancora Girard.

«Tutto cominciò con la Germania, che nel XIX secolo era considerata al massimo capace
di imitare gli inglesi,
proprio nel momento in cui li stava superando.

Poi vennero gli americani, che per molto tempo gli europei vedevano
come produttori mediocri di gadget,
non abbastanza teorici né intellettuali per svolgere un ruolo guida a livello globale.

Poi i giapponesi, che dopo la Seconda guerra mondiale erano ancora percepiti
come patetici imitatori della superiorità occidentale.

E ora tutto sembra ricominciare, con la Corea.
E forse presto con la Cina.

Tutti questi errori ricorrenti sul potenziale creativo dell’imitazione
non possono essere casuali».

La conclusione di Girard è che, feticizzando l’innovazione e l’originalità
e allo stesso tempo rifiutando la ripetizione, la copia e l’imitazione,
ci condanniamo paradossalmente all’incapacità di creare qualcosa di davvero innovativo,
perché l’innovazione dipende dall’imitazione.

Come vedi, anche le tre forze apparentemente positive della modernità, amore, verità e innovazione,
sono profondamente ambivalenti.

La cultura è cambiata in modo radicale.
Non è mai esistita prima una società così piena d’amore,
così orientata alla ricerca della verità
e così innovativa come la nostra.

Ma la natura umana, ostinatamente immutabile, persiste.

Continuiamo ad aver bisogno di perseguitare,
di divinizzare
e di imitare.

Per questo le distorsioni della modernità, secondo Girard, assumono la forma dell’ipocrisia.

Persecuzione sotto la bandiera della protezione delle vittime.
Dogmatismo scientifico mascherato da libertà di ricerca.
Le imitazioni più derivative impacchettate come innovazioni radicali.

La verità di Cristo conduce al caos? Girard sulla fine della falsa pace

La metafora migliore per cogliere sia questa rottura radicale
sia la continuità ostinata
è quella di un razzo appena lanciato
che lotta per raggiungere la velocità di fuga.

Pensaci.
Il razzo è senza dubbio una rottura radicale
con ciò che era prima, cioè un corpo immobile.
Ma allo stesso tempo è una continuità, perché la gravità continua ad agire su di lui.

Forse lo stesso vale per il punto della storia in cui ci troviamo oggi.

Da un lato abbiamo una rottura radicale con le culture che veneravano la violenza contro le vittime.
Dall’altro permane la forza gravitazionale immutabile della condizione umana.
Abbiamo ancora bisogno di perseguitare qualcuno e di attribuire a qualcuno la colpa.

È proprio questa tensione tra progresso culturale e persistenza della natura umana
ciò che, secondo René Girard, tormenta la modernità.

E ora la nostra astronave, il razzo della modernità, comincia ad avere problemi.
Ma la quarta e ultima forza liberata dal cristianesimo
farà sì che precipiti di nuovo verso terra.

Questa forza è la violenza.

Può sorprendere che Girard consideri la violenza una delle forze
che scaturiscono da Gesù Cristo
e dalla sua distruzione del meccanismo del capro espiatorio.

Ma se comprendiamo la concezione girardiana di come si stabilisce la pace nel mondo,
questa conclusione appare perfettamente logica.

Se infatti l’ordine mondano e la pace sociale
si fondano su un atto di catarsi falso e violento,
allora la verità e l’amore liberati da Cristo
devono costituire una minaccia per quell’ordine,
se non addirittura una forza distruttiva.

Il meccanismo del capro espiatorio è per Girard profondamente ambiguo dal punto di vista morale.

È menzognero.
È ingiusto.
Ma è anche dannatamente efficace.

Basta che un solo innocente venga ucciso
perché un’intera comunità venga “purificata” e salvata.

Sacrificare uno per la pace di tutti.
Limitare la libertà degli individui per la stabilità dell’insieme.

Per questo, parlando in modo estremamente semplificato, si può dire così.

Il meccanismo del capro espiatorio è un bene mondano ma un male ultimo,
mentre Cristo è il bene ultimo che porta distruzione mondana.

Girard ci ricorda continuamente che lo stesso Cristo lo aveva annunciato.
Nel Vangelo secondo Matteo 10,34 Cristo dice:

«Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra.
Non sono venuto a portare pace, ma una spada».

La spada di Cristo è rivolta contro il meccanismo del capro espiatorio
che costituisce il fondamento dell’ordine mondano.

E anche se le conseguenze della rivelazione cristiana, secondo Girard,
sono violente e distruttive,
le intenzioni di Cristo certamente non lo erano.

Cristo non è venuto a distruggere l’ordine del mondo per il gusto di distruggerlo,
ma per liberarci dalla violenza e dalla menzogna
e permetterci, come risultato, di imparare ad amare davvero.

Cristo ci ha tolto le rotelle di sicurezza perché potessimo sperimentare la libertà
e noi semplicemente siamo inciampati e siamo caduti.

Senza il meccanismo del capro espiatorio non abbiamo più i vecchi divieti
che impedivano ai desideri metafisici di crescere senza controllo,
né i rituali sacrificali che garantivano la catarsi.

In altre parole.

Abbiamo perso gli strumenti sia per prevenire la violenza
sia per scaricarla.

Perché allora il mondo non è ancora crollato?
In fondo, a dirla tutta, oggi il mondo sembra piuttosto tranquillo.

Girard risponde.

Non confondere l’assenza di violenza attuale
con l’assenza di potenziale di violenza.

L’energia della violenza cresce e si accumula,
ma finora è stata contenuta e reindirizzata in modo produttivo
da due nuove istituzioni della modernità.

Il capitalismo come forma nascosta di violenza secondo René Girard

La prima di queste istituzioni è il capitalismo.

Il capitalismo è un canale che assorbe la violenza e la orienta in modo produttivo.

Sia chiaro. Quando René Girard afferma che il capitalismo è una forma di violenza,
non intende la frusta sugli schiavi nella costruzione delle piramidi.

Intende dire che le stesse energie violente e competitive,
il desiderio di gloria, l’orgoglio, la dominazione, la vittoria,
oggi sono le forze principali che alimentano il capitalismo.

Girard ricorda, e qui cito.

«Non è un caso che l’aristocrazia europea sia passata agli affari
nel momento in cui gli eroi e i guerrieri sono usciti di moda».

Girard sostiene che, se guardiamo dietro il sipario delle motivazioni umane nel capitalismo,
non dovremmo aspettarci il desiderio di aiutare gli altri,
e nemmeno una pura avidità materiale.

Le persone inseguono gli stessi beni sociali di sempre.
Riconoscimento, onore, prestigio, gloria.

I principi e gli eroi di un tempo,
che un tempo avrebbero radunato eserciti,
oggi competono tra loro nella creazione di prodotti e servizi.

Girard mette in guardia.

Non lasciarti ingannare dalle dichiarazioni altruistiche
che gli attori del capitalismo proclamano con tanta disperazione.
È la stessa forza che spinse Achille a uccidere Ettore,
la stessa che spinse la Germania a invadere la Francia,
la stessa forza che oggi muove la nostra economia.,
és ugyanez az erő hajtja ma a gazdaságunkat.

La critica girardiana del capitalismo

L’analisi di René Girard sul capitalismo è profondamente ambivalente.

Il capitalismo può funzionare in questo modo solo se è sostenuto dal diritto.
Il diritto è la seconda istituzione chiave della modernità che trattiene la violenza.

Per Girard il diritto funziona soltanto quando esiste un soggetto che detiene il monopolio della violenza
e che può dirimere i conflitti tra le parti.

Il diritto non porta la pace attraverso la catarsi
e non è legittimato dal prestigio di una divinità.
Mantiene la pace attraverso la minaccia di una violenza ancora maggiore.

Se tu, come parte lesa,
non sei soddisfatto della sentenza di un tribunale e tenti una vendetta privata,
uccidendo o ferendo il colpevole,
lo Stato verrà a prenderti e ti punirà con una violenza superiore.

Il diritto funziona solo quando esiste un potere forte con il monopolio della violenza
capace di dominare facilmente entrambe le parti in conflitto.
È da qui che deriva la sua efficacia.

Per questo, all’interno di un singolo Stato, il diritto è spesso intoccabile e quasi sacro,
ma tra gli Stati la situazione è diversa.

Pensa al diritto dell’ONU o alla Convenzione di Ginevra.
Sono norme prive di un soggetto che disponga di un reale monopolio della violenza
e per questo vengono regolarmente violate senza conseguenze rilevanti.

Per Girard il capitalismo è un calderone ribollente di energia violenta e di competizione
che deve essere contenuto dal diritto se non si vuole che la violenza tracimi.

Per questo, secondo Girard, il punto di maggiore rischio di frattura
si trova là dove il capitalismo si incrocia con i punti più deboli del diritto,
cioè nel commercio internazionale.

Il commercio globale è il luogo in cui l’orgoglio nazionale e l’energia della rivalità si accumulano,
ma non esiste alcuna istituzione dotata del monopolio della violenza
in grado di risolvere le dispute tra Stati.

In questo contesto vale la pena ricordare ancora una volta una sorprendente previsione di Girard, formulata quindici anni fa,
nel pieno dell’ottimismo sulle relazioni sino americane,
quando si credeva diffusamente che il commercio avrebbe avvicinato i due paesi.

«Il conflitto tra gli Stati Uniti e la Cina arriverà.
Tutto è già pronto, anche se non necessariamente inizierà sul piano militare.
Il commercio può trasformarsi molto rapidamente in guerra.
Da questa prospettiva è legittimo temere un grande scontro tra Stati Uniti e Cina nei decenni a venire».

Se una guerra del genere tra due potenze colossali dovesse davvero scoppiare,
potrebbe essere l’ultima guerra della storia

Viviamo nei tempi ultimi? Girard sulle armi nucleari e l’annientamento

Con l’invenzione delle armi nucleari, René Girard ritiene che viviamo in un momento apocalittico,
in cui il mondo intero potrebbe bruciare nel giro di pochi minuti.

Che cosa rende unica la bomba atomica?
Non si tratta soltanto della sua potenza distruttiva.
Il bombardamento di Tokyo o i massacri di massa compiuti dai Mongoli erano paragonabili
alla devastazione di un singolo attacco nucleare.

L’eccezionalità dell’arma nucleare sta nel fatto che costringe i rivali alla distruzione totale reciproca
al primo segnale di provocazione.

A differenza dei bombardamenti convenzionali o delle orde mongole,
che richiedevano tempo e logistica,
le armi nucleari possono essere usate immediatamente, senza scontro diretto e senza preavviso.

Prima dell’era nucleare, le guerre somigliavano a un incontro di boxe, con manovre e pause,
in cui i colpi mortali erano rari e spesso ritardati.

L’arma nucleare trasforma la guerra in un duello,
un’escalation immediata e letale.

In realtà è ancora peggio di un duello,
perché permette al morto di uccidere ancora il vivo.

Anche se rasi al suolo il mio territorio,
i miei sottomarini nucleari possono vendicarmi dopo la mia morte.

Questo è ciò che significa distruzione reciproca assicurata,
MAD, Mutually Assured Destruction.

Alla luce di tutto ciò, le paure apocalittiche di Girard
sono meno una speculazione teologica
e molto più una sensazione di déjà vu.

Il sottomarino nucleare sovietico del 1962 e Girard: quanto siamo stati vicini all’apocalisse?

Il 27 ottobre 1962 un sottomarino sovietico,
armato con un siluro dotato di testata nucleare,
venne individuato e agganciato da un gruppo da battaglia di portaerei statunitensi,
che iniziò a sganciare cariche di profondità come segnale di attacco,
di fatto bombe subacquee in grado di distruggere il sottomarino.

Nel pieno della crisi dei missili di Cuba,
l’equipaggio di quel sottomarino non aveva contatti con Mosca da giorni
ed era convinto che fosse scoppiata la Terza guerra mondiale.

Si prese in considerazione il lancio dell’arma nucleare.

Per procedere era necessario il consenso di tre ufficiali.
Due di loro erano favorevoli.

Solo l’ostinata opposizione del terzo ufficiale impedì un attacco nucleare quasi certo
e molto probabilmente **la distruzione del mondo.

Eravamo così vicini.

La volontà di un solo uomo fu l’unica barriera contro l’apocalisse.

Dopo il crollo dell’Unione Sovietica,
lo spettro dell’annientamento nucleare è scomparso dall’immaginario collettivo,
ma René Girard profetizza che questo fantasma del passato
tornerà presto a perseguitarci.

Se la fine del mondo dovesse avere un inizio,
è difficile immaginare qualcosa di più appropriato
dell’invenzione della bomba atomica.

Girard sulla fine del mondo: come vivere quando la distruzione sembra inevitabile?

Allora come vivere nei tempi ultimi?
Quando l’apocalisse si nasconde dietro l’angolo, che cosa fare?

La risposta di Girard è breve, ma anche insoddisfacente.

Con Girard, ritirati dal mondo.
Lascia tutto alle spalle.
Occupati del tuo giardino.

Non puoi fermare l’apocalisse.
Cercando di partecipare a questo caos, sporcherai soltanto il tuo carattere morale.

Con Girard, tieniti lontano da tutto,
per poter coltivare la tua anima.

Il Regno di Dio non sarà instaurato qui, sulla terra,
ma forse riusciremo a preservare una purezza interiore tale
da esserne degni in cielo.

Il 4 novembre 2015 René Girard è morto serenamente nella sua casa a Stanford, in California,
all’età di 91 anni, lasciandoci in un silenzio assordante,
intrappolati in un momento apocalittico,
con nient’altro che il consiglio di ritirarci.

Così finisce la storia di Girard
ed è qui che concludo questo mio lungo discorso.

Girard apre il suo ultimo libro con queste parole:

«Questo è un libro apocalittico.
Col tempo diventerà più comprensibile,
perché, senza alcun dubbio,
stiamo accelerando violentemente verso la distruzione del mondo».

Purtroppo, la sua previsione più improbabile,
quella sul deterioramento dei rapporti tra Cina e Stati Uniti,
con il tempo si è rivelata corretta.

Quanto all’apocalisse in sé,
spero disperatamente che Girard si sbagli.
Ma temo che abbia ragione.

E se ha ragione, allora Girard merita di essere conosciuto,
perché è uno dei pochi guide
capaci di orientarsi nei tempi ultimi,
uno degli ultimi Virgilio
che prendono l’apocalisse alla lettera e sul serio.

Doppio pensiero allo stato puro, ovvero gli effetti collaterali della filosofia di Girard

Sarei però una guida disonesta delle sue idee
se non ti dicessi anche perché NON dovresti impegnarti con Girard
o continuare da solo ad approfondire ulteriormente la lettura delle sue opere.

C’è un paragone piuttosto diffuso:

La filosofia è come la medicina.
Ha il potere di curare l’anima e le società.

E credo che questa sia una metafora molto azzeccata,
ma non portata fino in fondo.

Perché così come i farmaci hanno effetti collaterali,
anche le filosofie li hanno.

Vorrei che i filosofi scrivessero gli effetti collaterali sui loro libri,
così come fanno le aziende farmaceutiche.

Per esempio:

«Attenzione: disgusto per il mondo materiale dopo un sovradosaggio di dialoghi platonici.»
«Avvertenza: più di una dose giornaliera di Nietzsche può provocare rabbia incontrollata in persone con precedenti problemi emotivi.»
«Effetto collaterale: impotenza in caso di presa troppo sul serio dei sutra buddhisti.»

Così come un farmaco scorre nelle vene e infiltra l’intero organismo,
anche le idee di Girard si annidano nella tua psiche
e colonizzano la tua visione del mondo.

Quindi dobbiamo chiederci:

Perché non dovresti leggere Girard – il lato oscuro della sua filosofia
L’analogia di Matrix

Ti ho mostrato la pillola rossa,
ma da persona onesta
devo anche dirti perché potrebbe valere la pena prendere quella blu.

Gli effetti collaterali più probabili, anche se non inevitabili, della lettura di Girard sono tre.

Il primo è l’alienazione.

Girard ti mostrerà che i tuoi desideri più intimi, più profondamente radicati,
quelli su cui hai costruito tutta la tua identità,
in realtà sono esterni e чужi.

La carriera che desideravi fin dall’età di dieci anni.
Il tipo di persona che volevi sposare.
La causa politica a cui hai dedicato la vita.
Tutto questo può rivelarsi come desideri presi in prestito e deformati.

La teoria mimetica può anche isolarti dagli altri.
Da quel momento diventa difficile partecipare con il cuore a qualsiasi attività collettiva, politica o sociale,
perché sarai sempre consapevole delle menzogne del mimetismo e della follia della folla.

Il secondo è l’inazione.

Girard è lo scrittore più ambivalente che abbia mai incontrato.

Che cosa si dovrebbe fare con il meccanismo del capro espiatorio?
Da un lato è una gigantesca menzogna.

Si uccidono innocenti, ma dall’altro lato
è stato l’unico modo con cui le società pagane sono riuscite a instaurare la pace.

Dovremmo lottare per abolire i sistemi di caste?

Se non lo fai, esponi le persone a divisioni arbitrarie
e a forme insensate di oppressione fondate su menzogne.
Ma se lo fai, le apri alla rivalità di tutti contro tutti,
e il desiderio metafisico brucerà le loro comunità dall’interno.

Dovremmo partecipare al capitalismo?

Il capitalismo è una gabbia competitiva e violenta
che allo stesso tempo ha creato la società più pacifica, prospera e bella
mai esistita.

Se cerchi risposte univoche
o anche solo delle risposte
sei nel posto sbagliato.

Vai da Marx o da Hegel.

L’estrema ambivalenza di tutte le idee di Girard,
unita al suo profondo pessimismo sulla natura umana e sulla storia,
tende a paralizzare
chi le interiorizza troppo a fondo.

Il terzo e ultimo effetto collaterale è la disperazione.

Questo punto ormai dovrebbe esserti familiare.

L’apocalisse è inevitabile.
Né tu, né io, né nessun altro può fermarla.

Se nonostante tutto vuoi restare pieno di speranza dopo aver letto Girard,
devi sapere una cosa:
quella speranza non verrà da lui.

Dovrà venire da te.

Sarai tu a dover tirare fuori te stesso
e tutti noi
da questo buco apocalittico.

Girard non ha più nulla da offrire.

Torna indietro finché sei ancora in tempo. Ti avevo avvertito.

E a quelli che sono abbastanza ostinati
o forse morbosamente curiosi
da voler continuare,
posso solo cercare ancora una volta di dissuadervi da ulteriori letture
citando Dante e l’iscrizione sopra la porta dell’inferno:

Lasciate ogni speranza, voi che entrate.

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